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Era un pomeriggio di marzo né bello né brutto, né inverno né primavera: un altro pomeriggio di noia in negozio, quando sai dalla mattina che non entrerà nessuno, neanche per un regalo da cento euro, neanche per curiosare.
Giulia poggiò il romanzo, quando si accorse che stava leggendo la stessa frase per la terza volta. La pendola suonava le cinque, mancavano tre ore alla chiusura. Si guardò di sfuggita nella specchiera : i capelli, che portava tirati indietro, da ballerina: erano ancora neri e spessi, gli occhi di un azzurro profondo conservavano la lucentezza ma sembravano meno allegri, o meglio, meno vitali.
Odiava quel negozio, neppure ricordava più come era stata fiera di quell’insegna sobria, “Antichità Ayroldi”, dei biglietti da visita di Pineider che Giorgio le aveva regalato, con la carta intestata..
Guardava le seggioline Luigi XVI, il disegno a china di Giovanni Fattori, la coppia di vasi Minton sulla consolle dorata , sotto la specchiera . Di ogni oggetto ricordava la storia, dove lo aveva comprato, la faccia del venditore : la bella credenza umbra presa a Todi, i vasi in un viaggio ad Edimburgo, e aveva voluto portarli con sé in aereo, per paura che si rompessero .
Comprare era divertente, anche ora : una piccola avventura , cercavi una scrivania e tornavi con un letto impero, e poi se spendevi tanti soldi era una buona cosa, voleva dire che lavoravi bene.
Ma ora c’era la crisi, anzi, c’era da anni, e gli antiquari si vendevano le cose tra di loro, per tedio : più che altro scambi. Giorgio, suo marito, era discreto , non le diceva nulla di troppo esplicito. Solo una volta, compilando la sua dichiarazione dei redditi, si era lasciato sfuggire un “ finché non ci si rimette …”.
“ Già. Economicamente, meglio chiudere. “
Era arrabbiata, e quando si arrabbiava le uscivano frasi cortissime. O nulla.. ... |
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