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Primo Levi è stato uno scrittore estremamente attento alla piacevolezza di ciò che pubblicava e allo sperimentale divertimento che la scrittura consente e comporta. Forse questo è avvenuto perché Levi non è stato un letterato di professione. Della Chimica e di Auschwitz: di questi due elementi privi o poveri di tradizione letteraria Levi ha dovuto farsi interprete, per rendersi testimonianza nell’unione possibile fra l’attività che si compie ogni giorno e ciò che si è subìto una volta per sempre. In entrambi i casi, la letteratura è stata per Levi non un orizzonte totalizzante, o un destino di perfezione, ma semplicemente uno strumento da gestire con allegro rigore per essere ascoltato, accettato – lui, ebreo degli anni ’30 e ’40 del Novecento –, uno strumento da migliorare incessantemente proprio rifiutando di raffinarlo in eccesso, perché è sempre il contenuto – il concreto, lo storico Uomo – a essere l’obiettivo della forma.
Una forma, infatti, che cambia incessantemente: dalla testimonianza dell’orrore allo stremante carnevale della liberazione; dal racconto di fantascienza alla mordace operetta morale, dall’autobiografia in termini di «storie di chimica militante» [Il sistema periodico, Opere, II, p. 808] al libro di poesie, dal romanzo di fabbrica e di lavoro a quello resistenziale ed “esotico”.
L’ebreo Levi sa che neppure la verità più spaventosa (e in sé memorabile, quasi pre-autorizzata alla memoria) può esimersi dall’essere anche interessante e variata. La varietas è proprio questa continua, bisognosa, astuta e candida captatio benevolentiae, grazie a cui l’escluso – o isolato “eletto” da Dio – torna nel consesso degli uguali, riguadagna la cittadinanza. Più volte Levi ha ammesso di essere stato indotto a mettere per iscritto le sue storie dalla cara insistenza di coloro che ne avevano gustato più volte la versione orale, infaticabile, indigente e compiaciuta. ...
la poesia di primo levi
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