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Henri Matisse, diversamente dall’altro grandissimo pittore moderno, Pablo Picasso, non ha una particolare risonanza, se pensiamo alla sua vita privata. Possiamo avere in mente un gentiluomo con la barba,
saggio, flemmatico, con le movenze di un pashà, con gli occhiali tondi che lo fanno assomigliare ad un animale notturno. Se pensiamo alle ultime immagini che lo ritraggono a Vence, vicino Nizza, lo vediamo in una casa con sontuosi tessuti, molte piante, uccelli liberi di volare e affascinanti giovani modelli e modelle. I più, sanno che Matisse ha qualcosa a che fare con la nascita del movimento “Fauves” e che una sua frase rimane nella storia dell’arte moderna: “L’arte dovrebbe essere come una comoda poltrona”. Altri ancora, ricordano che nel 1908 egli ispirò l’invenzione della parola “cubismo” per disprezzare quel movimento che avrebbe eclissato, di lì a poco, il suo ruolo primario nelle avanguardie parigine e che per distrarsi da questo dispiacere, si rilassò suonando il violino. Oltre a questi dettagli e a queste curiosità esiste la sua Arte, la cui gloria fu sostenuta e arricchita in diverse fasi, fino alla sua morte, nel 1954. Colori fuori da ogni contesto, linee semplici e naturali, acutezza e pienezza di forme e soprattutto, una continua sorpresa. Chi non fosse affascinato da tutto questo, potrebbe avere una limitata consapevolezza di cosa è la gioia. La risposta più secca alla questione sull’ostinata oscurità di Matisse come persona, è quella di un uomo che ha donato tutto quello che di interessante c’era in lui, al lavoro. La risposta più articolata, invece, che è decisamente più gratificante, anche se poi rivela lo stesso finale, è che la grandezza di Matisse risiede nel suo occhio e nella sua mente e che tutti, praticamente, con un pò di volontà, possono vedere, ma che in realtà nessuno, può veramente capire. Nel dipinto “La danza I” del 1909, il dettaglio della mano che insegue qualcosa, che è alla ricerca, è forse la summa di questa sua attitudine verso il mondo e verso l’arte. ... |
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