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Il messaggio inviato da Albert Einstein alla Società Italiana per il Progresso delle Scienze, in occasione della XLIII Riunione1  tenutasi a Lucca nei giorni 1-4 ottobre 1950, ritrae non il ricercatore ideale ma, in generale, colui che tanto sul piano filosofico, letterario o artistico, quanto, a maggior ragione, su quello scientifico, si impegna nella ricerca della verità. Il ritratto che ne segue reca, pur nella loro essenziale brevità, i tratti dell’intima esperienza vissuta dal fisico tedesco nel corso della sua operosa esistenza, tratti che inizieremo a delineare avvalendoci di due aneddoti.
La tradizione popolare racconta che al più giovane dei figli di una numerosa famiglia contadina, considerato particolarmente disposto alle fatiche dello studio, fu concesso il privilegio e l’onere di ricevere un’istruzione superiore e di accedere finalmente all’Università di Bologna. Una sera d’estate, conversando con il padre nel dopocena, cedendo ad un irresistibile impulso il giovane ebbe a chiedere: «Ma la Luna che rischiara questa calda notte è la stessa di Bologna?». All’udire ciò il genitore, persona poco incline allo spettacolo della natura e men che mai ad intraprendere discussioni che non fossero saldamente ancorate all’evidenza dell’esperienza sensibile, dopo un sussulto di collera non poté che disperarsi mettendosi, come si suol dire, le mani nei capelli al pensiero degli enormi sacrifici sostenuti per elevare il prestigio sociale della famiglia; sacrifici il cui risultato, così a lui sembrava, si concretizzava in una domanda palesemente incomprensibile per l’ovvietà della risposta. Chissà quale sarebbe stata la reazione del poveretto sapendo che Albert Einstein, di certo il più famoso e riconosciuto scienziato del Novecento, pressappoco nello stesso periodo si dilettava a porre in modo analogo simili interrogativi ad un giovane fisico, Abraham Pais, che ricorda così l’episodio. ...
Albert Einstein
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