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Sono tornata in India, destinazione Tamil Nadu, profondo Sud.
Questa volta non per lavoro ma per piacere. Un modo di viaggiare diverso, con più tempo per guardarmi intorno, sentire, far fluttuare emozioni e pensieri.
Per ragioni personali sono molto legata all’India e condivido il pensiero di chi ha detto che l’India o la si ama o la si odia ma che dal primo istante difficilmente può lasciarti indifferente. Questo è quanto. Ma in queste mie riflessioni vorrei evitare di parlare dell’India secondo i soliti stereotipi: terra di contrasti, di grandi ricchezze e di grandi povertà. Caste, caos, traffico, smog, centinaia di mendicanti cenciosi ma nobilissimi nel loro portamento, bimbi di strada, lebbrosi, piedi scalzi, mucche distratte per la strada, discariche, rumori, bidonvilles, tende, marciapiedi scelti come abitazioni ma anche tripudio di colori, profumi, spezie, sorrisi, gentilezza ed ospitalità.
Io credo che ognuno di noi trovi la sua India: uno spaccato di emozioni e situazioni molto personali.
Nel Tamil Nadu mi hanno colpito le porte dei templi. Porte aperte una dietro l’altra come a significare l’ingresso in una vita altra, porte della pazienza, porte una sopra l’altra come per accedere al divino. Fuori e dentro. Chiuso ed aperto. Ombra e sole. Fresco e caldo torrido. Le porte simboleggiano il passaggio, il divenire. Le interpretazioni possono essere tante ma questa è la molteplicità della cultura indiana. Il mio amico Francesco Niccolini nel suo “ Diario Indiano” ha scritto: “ Ti sembra strana l’India, ma ti sembrerà strana anche l’Europa dopo”. E aveva ragione. Soprattutto quando si arriva dall’aeroporto di Francoforte dove tutto è pulito, ordinato ed efficiente. In poche ore catapultata da un mondo in un altro.
Poco prima di partire avevo letto “ Shantaram” ed ero rimasta colpita dalla frase di uno dei personaggi che dice “ gli Indiani sono gli Italiani d’Asia e con altrettanta certezza gli Italiani sono gli Indiani d’Europa”. ... |
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