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Pier Luigi Bacchini, nato nel 1927 a Parma, dove vive, è uno dei maggiori poeti italiani; ed uno di quegli autori parchi di libri ma d’ispirazione genuina, che concepiscono la poesia come una continua ricerca formale. In lui la coerenza con le proprie ossessioni, i propri miti personali, lungi dal tradursi in stereotipi, in testi fatti con il calibro sagomato, consente al lettore il gusto di diventare come l’orco delle fiabe, che insegue le tracce dell’uomo - della poesia - laddove se ne manifesti la presenza. E siccome la poesia non tradisce mai i suoi fedeli, Bacchini è venuto maturando nel tempo i frutti del suo lavoro, come un vasto incendio capace di divampare da una fiammella.
Bacchini esordì con il volume Dal silenzio d’un nulla (Milano, Schwarz, 1954) in cui apparivano già chiari quella tendenza narrativa e pure conoscitiva che gli è stata poi sempre peculiare, e uno sguardo profondamente attento alla tradizione, che traspariva in certa sintassi e versificazione ancora in dialogo con esperienze di ambito ermetico o comunque primo-novecentesco. D’Annunzio, ma specialmente Ungaretti e, con lui, Baudelaire e Mallarmé erano del resto gli specimina a cui per lo più attingeva il giovane Bacchini nel tentativo forte di una poesia dal linguaggio alto, tesa a riproporre con vitalità toni di più ampio respiro anche al modo di Foscolo e Leopardi. La tradizione appariva giustamente a Bacchini un’apertura verso il futuro - tutt’altra cosa insomma che una serie di regole irrigidite e morte, buone all’occasione per i soliti giochi delle riprese antiquarie o per gli sberleffi di chi pensa la temporalità come una linea da resecare quando e come si voglia, allo scopo d’inaugurare altrettanto a piacimento, e in maniera solo autoritaria, una presunta contemporaneità. ...
Pier Luigi Bacchini
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